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I lati oscuri dell’ageing in place [1]

Marco Arlotti, Laboratorio di Politiche Sociali, Dipartimento di Architettura e Studi Urbani (DASTU), Politecnico di Milano

Nel nostro paese (ma non solo) la permanenza a domicilio dell’anziano (il cosiddetto ageing in place) rappresenta la strategia principale su cui si è più puntato per far fronte ai bisogni crescenti legati alla fragilità della popolazione anziana.

La permanenza a domicilio dell’anziano fragile richiede, tuttavia, alcune pre-condizioni specifiche che rimandano alle condizioni dei contesti abitativi, alle condizioni materiali della persona anziana nonché alle condizioni più generali del contesto di quartiere/urbano di riferimento. A ciò si aggiunge il ruolo cruciale svolto dalle reti familiari: vivere a casa per un anziano, ancor più quando si è fragili e limitati nella propria autonomia, richiede infatti necessariamente la presenza e un supporto che può essere intermittente o addirittura continuativo. I servizi pubblici di assistenza domiciliare risultano largamente assenti, con una bassa copertura oraria e peraltro nella gran parte dei casi limitati alle sole fasce di estremo disagio socio-economico. In questo quadro sono dunque le reti familiari a svolgere una funzione cruciale di supporto per la permanenza a domicilio dell’anziano.

Più in generale sappiamo che continuare a vivere a casa per un anziano ha indubbiamente diversi vantaggi.

Offre innanzitutto la possibilità di una migliore qualità di vita e quella di mantenere un legame con lo spazio che assume un profondo significato simbolico e personale, di senso, legato alla memoria degli eventi passati. Inoltre evita il ricorso ad altre soluzioni, come per esempio il ricovero in struttura, decisamente più costoso in termini economici e che trova nella gran parte dei casi una più difficile accettazione da parte dell’anziano.

Al contempo, tuttavia, esistono anche tutta una serie di criticità che emergono in particolar modo quando le pre-condizioni specifiche di supporto all’ageing in place vengono meno o risultano fortemente compromesse, come nel caso degli anziani soli e degli anziani o che vivono in contesti problematici da un punto di vista abitativo.

Gli anziani che vivono soli e la rarefazione delle reti familiari

Per quanto riguarda il primo aspetto possiamo dire che gli anziani soli (in larga parte donne, a fronte di una più elevata aspettativa di vita media) rappresentano oggi una delle fasce sociali di maggiore criticità. Non a caso, secondo l’indagine Istat che ha misurato la percezione individuale del sostegno sociale, essi rappresentano coloro che tendono a sentirsi meno protetti e che avvertono un maggiore senso di abbandono. In aggiunta presentano una maggiore necessità di aiuto sia per quanto riguarda la cura personale che per le attività domestiche

È importante evidenziare come questo profilo risulti peraltro in crescente diffusione all’interno della società italiana. Il 48,7% delle famiglie con un’unica persona risulta, non a caso, composto da anziani over 65 e, dopo gli 84 anni, la condizione di «persona sola» diventa nettamente prevalente, interessando il 52,2% di chi si colloca all’interno di questa fascia d’età.

Inoltre, anche se la quota di famiglie che vedono la co-residenza di un anziano con il proprio figlio risulta oggi ancora rilevante nel nostro paese (per esempio, sono circa il 20% le famiglie di coppia fra i 65–74 anni in cui sono presenti figli non ancora usciti dal nucleo genitoriale), al contempo le coppie di anziani senza figli tendono a rappresentare fino alla soglia degli 84 anni la quota maggioritaria (cioè il 48% delle persone fra i 65 e i 74 anni e il 40% delle persone fra i 75 e gli 84 anni).
Questo fenomeno di «semplificazione» delle strutture familiari tende, peraltro, sempre più ad intrecciarsi in prospettiva con altri importanti processi di mutamento che stanno investendo la sfera delle reti familiari (a fronte per esempio della costante diminuzione della fertilità) i quali comporteranno, in maniera crescente, una riduzione del bacino di reti informali di cura, pre-condizione fondamentale di sostegno all’ageing in place.

Le case degli anziani

Se volgiamo l’attenzione al versante delle condizioni abitative, i dati dell’ultimo censimento 2011 mostrano come una delle pre-condizioni fondamentali dell’ageing in place, cioè la proprietà della casa, risulta essere fortemente diffusa nel nostro paese. Essa riguarda l’80% della popolazione anziana; nel caso di anziani soli, peraltro, con appartamenti che per circa il 66% dei casi sono dotati di più di 4 stanze.

Tuttavia tale pre-condizione è spesso investita da forti elementi di problematicità.

Ad esempio sempre i dati censuari ma relativi all’epoca di costruzione indicano che, nel 2011, il 35,4% degli edifici abitati da anziani era stato costruito prima del 1961 e circa il 19,5% prima del 1946. Insomma, un patrimonio abitativo che per il 54,9% presentava oltre 50 anni, e da cui possono scaturire inevitabilmente precarietà delle condizioni alloggiative e diverse inadeguatezze. Sempre nel 2011, il 76% delle abitazioni in cui vivevano anziani risultava privo di ascensore. Aspetto che, peraltro, riguardava, sempre al 2011, il 56% di case con anziani in edifici con più di due piani.

Per concludere

Abbiamo dunque visto come l’invecchiamento a domicilio richieda necessariamente alcune pre-condizioni specifiche, fra cui in particolare la presenza di reti familiari di supporto e di condizioni abitative adeguate. Tali condizioni presentano, tuttavia, nel nostro paese una serie di compromissioni che elevano fortemente la probabilità che l’ageing in place si tramuti in una «trappola», con forti rischi di isolamento, abbandono e bassa qualità di vita per le persone anziane, in particolare quelle più fragili. Tali criticità vengono, peraltro, fortemente acuite in un paese, come nel nostro, in cui la più generale residualità delle politiche dell’assistenza si intreccia con la totale assenza di una politica per la casa volta non tanto (come si è fatto largamente nel corso degli anni) a stimolare la proprietà, quanto anche a sostenerne la riqualificazione, l’accessibilità e la messa in sicurezza.

[1] Questa nota sintetizza i contenuti principali dell’articolo “Anziani fragili e ageing in place. Alcune considerazioni sul caso italiano”, pubblicato recentemente nel numero 4 della Rivista delle Politiche Sociali, a cui si rimanda per ulteriori approfondimenti e riferimenti bibliografici. L’articolo si colloca all’interno delle attività di ricerca svolte nell’ambito del progetto biennale di ricerca IN-AGE (INclusive AGEing in place: Contrasting isolation and abandonment of frail older people living at home), finanziato da Fondazione Cariplo (grant n. 2017–0941).

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