Il sito del Laboratorio di Politiche Sociali

Di Gabriella Melchiorre (INRCA IRCCS, Ancona)

La nota presenta alcuni risultati preliminari dello studio IN-AGE (INclusive AGEing in place, finanziato da Fondazione Cariplo, grant n. 2017-0941). L’indagine ha incluso 120 anziani fragili over 65 anni che vivono soli a domicilio, intervistati nel periodo maggio-dicembre 2019. I partecipanti sono stati reclutati in tre regioni da Nord a Sud (Lombardia, Marche e Calabria) e, più nello specifico, in tre città (Brescia, Ancona, Reggio Calabria) e in alcuni comuni rurali/periferici inclusi in tre “aree interne” (Oltrepò Pavese, Appennino Basso Pesarese e Anconetano, Grecanica).

In questa nota i risultati preliminari che vengono presentati riguardano le condizioni di bisogno degli anziani soli e il tema delle reti di cura (i cd. care arrangements), declinate dal punto di vista dell’assistenza prestata da parte di familiari, badanti, servizi, amici e vicini. Verranno, inoltre, evidenziate alcune delle principali differenze territoriali emerse nel confronto fra diversi contesti di analisi.

Attività quotidiane e difficoltà

Il 75% degli anziani intervistati riferisce attività della vita quotidiana che non riesce a svolgere, e di questi il 25% presenta limitazioni molto elevate, con almeno 5 funzioni ormai compromesse. Le situazioni peggiori prevalgono nei siti rurali/periferici, e al Sud si concentra il maggior numero di anziani con età e limitazioni fisiche elevate/molto elevate. Le principali difficoltà riguardano le attività più pesanti/impegnative (pulire la casa, fare acquisti, fare il bagno o la doccia) e quelle connesse più direttamente alla mobilità (scendere/salire le scale, chinarsi a raccogliere un oggetto). Il 40% degli intervistati ha peraltro una mobilità ridotta prevalentemente in casa, e non esce almeno due volte a settimana, nemmeno con ausili o accompagnamento. Da considerare che attività quali fare acquisti, ma anche gestire le proprie finanze per alcuni, risultano non di rado difficili da svolgere proprio a causa della ridotta mobilità. Non tanto perché non si sappia cosa acquistare o come amministrare il proprio denaro, quanto piuttosto per la necessità di aiuto per recarsi nei negozi di riferimento o presso gli uffici preposti al disbrigo delle relative pratiche bancarie.

S.O.S. cadute

Una scarsa mobilità genera a sua volta anche insicurezza e paura di cadere, con ulteriori conseguenze sul normale svolgimento delle attività quotidiane. Gli intervistati del nostro studio riferiscono “incidenti” abbastanza recenti (ultimi 2-3 anni) nel 39% dei casi, e per il 30% di tratta di episodi domestici. Le cadute rappresentano talvolta “eventi tragici”, e le testimonianze raccolte hanno evidenziato a riguardo situazioni anche molto drammatiche, con un’attesa durata talvolta molte ore prima di essere soccorsi da familiari/figli, ma anche dai vicini, specie nell’immediato. Vicini che spesso hanno “provvidenzialmente” una copia delle chiavi di casa degli anziani, per ogni evenienza, e di fatto utilizzata al bisogno. In alcuni casi (18%) emerge anche la necessità/capacità di reagire in autonomia nelle situazioni di emergenza in generale (non solo in caso di cadute), chiamando da soli il soccorso sanitario pubblico. A seguito di cadute si possono anche riportare fratture delle articolazioni, e si finisce per dover utilizzare qualche ausilio per la deambulazione, o si assume una badante convivente, per avere una presenza costante e maggiore sicurezza in casa.

Famiglia ancora in prima linea ma non come un tempo

Quando gli anziani presentano limitazioni funzionali è ancora la famiglia a occuparsene principalmente (78% dei casi con almeno un aiuto familiare), specie i figli (60%), ma anche nipoti, cugini, sorelle, fratelli e cognati. Seguono servizi privati e amici/vicini (in ugual misura, 42%), il servizio pubblico (36%) e le badanti (23%), quest’ultime in convivenza o comunque con assiduità quotidiana e/o notturna (Fig. 1). In particolare, nel settore pubblico dei servizi l’aiuto proviene soprattutto da operatori del SAD (Servizio di assistenza domiciliare comunale, 23%), e in ambito privato dalle colf (37%), in aggiunta in alcuni casi al supporto del volontariato (es. AUSER) per accompagnamento e trasporto, e a piccoli aiuti informali “a pagamento” da parte di semplici conoscenti per faccende burocratiche varie (es. pagare le utenze o fare la spesa). La presenza straniera è abbastanza diffusa tra badanti, colf, operatrici del SAD, e a volte anche tra amici e vicini. Badanti e colf si prendono cura degli anziani che necessitano di assistenza con mansioni di fatto uguali in molti casi (cura della casa e della persona), sebbene con diverso impegno orario. Le badanti sembrano tuttavia più presenti quando gli anziani hanno un’età più elevata e maggiore fragilità, con prevalenza di limitazioni fisiche serie e mobilità solo in casa.

Famiglia ancora in prima linea quindi, nella cura degli anziani fragili, specie nei siti rurali delle aree interne (85% dei casi). E’ questo l’aiuto “primario/dominante”, la rete “che conta”. Esiste comunque anche un importante aiuto “complementare”, la rete “che integra”, che proviene principalmente dai servizi soprattutto in siti urbani, mentre amici/vicini e badanti sono di supporto soprattutto nelle aree interne (Fig. 2). In queste aree, con scarsa presenza del supporto del servizio pubblico, il tessuto amicale/di vicinato sembra in particolare sostenere gli anziani nello svolgimento delle attività quotidiane, realtà che può agevolare l’invecchiare a domicilio, il cd. ageing in place, sebbene poi emergano situazioni diverse in combinazione con il supporto delle altre reti di aiuto, familiari e private.

Fonte: elaborazioni su dati indagine IN-AGE (120 interviste con anziani, periodo maggio-dicembre 2019).

fonte: ibidem

A livello regionale emerge un maggiore supporto della famiglia (e dei figli in particolare), in Calabria e nelle Marche (85% e 83%, 68% in Lombardia), in aggiunta ad una maggiore compresenza di più familiari che aiutano in entrambe le Regioni. Da evidenziare anche la concentrazione di casi senza alcun supporto familiare in Lombardia (33%), meno nelle Marche (18%) e ancora meno in Calabria (15%). Il servizio pubblico, ad es. il SAD, sembra supportare soprattutto in Lombardia e nelle Marche, mentre è poco presente in Calabria (13%), dove sembra in qualche modo “rimpiazzato” dalle badanti (su 27 casi con badante, 15 sono stati rilevati in Calabria).

In complesso, i racconti degli intervistati se da un lato confermano la famiglia quale importante pilastro del caregiving informale, specie sembrerebbe nei contesti del Mezzogiorno come nel caso della Calabria, dall’altro ne delineano un coinvolgimento effettivo che non è più quello tradizionale, quasi esclusivo di un tempo. I familiari ci sono se occorre, ma impegni di lavoro sempre maggiori, anche fuori Provincia o Regione, ne impediscano spesso un supporto assiduo, specie da parte delle figlie (sempre meno “casalinghe”), e allora intervengono anche colf, amici e vicini, fondamentali quest’ultimi in alcune circostanze emergenziali. Meno presenti, ma essenziali in certi casi, il servizio pubblico e le badanti.  Si tratta di un contesto in qualche modo alimentato dagli stessi anziani, i quali sostengono di non voler  sempre “disturbare” la famiglia, in particolare i figli, e “si organizzano” come possono, talvolta ricorrendo anche al supporto del volontariato o di semplici conoscenti, quest’ultimi stranieri in qualche caso.

Aiuto quotidiano e settimanale

L’aiuto quotidiano principale (quasi ogni giorno) proviene dalla famiglia (36% dei casi, figli per il 23%) e dalla badante (23%, diurna e/o notturna) (Fig. 3). Famiglia e badante sono più presenti nei siti rurali delle tre aree interne considerate nello studio, dove sono importanti anche amici/vicini (17%), mentre nei contesti urbani è più evidente il supporto dei servizi pubblici (19%) e privati (14%) (Fig. 4) Gli aiuti quotidiani della famiglia sono inoltre più frequenti in Calabria (58%), così come il supporto di badanti (38%) e amici/vicini (23%). Nel quotidiano la presenza dei servizi pubblici prevale invece in Lombardia (in particolare SAD per pasti a domicilio o igiene personale/pulizia della casa). Situazione intermedia nelle Marche. Da evidenziare anche l’esiguo numero in complesso di casi senza assistenza quotidiana in Calabria, rispetto alle altre due regioni (solo 13%, contro il 35% nelle Marche e il 55% in Lombardia).

A livello settimanale, di nuovo prevale il supporto familiare (51% in complesso, 37% figli) (Fig. 5), specie in siti rurali delle tre aree interne (69%), e riemerge anche un aiuto proveniente dai servizi soprattutto nelle zone urbane, in particolare da quelli pubblici (Fig. 6). Da un confronto tra frequenza quotidiana e settimanale degli aiuti si nota come tutte le tipologie (badante esclusa) siano più presenti su base settimanale, in particolare quella familiare (51% contro 36%).

Prossimità fisica e frequenza degli aiuti familiari

La vicinanza/prossimità abitativa dei familiari (stessa città-comune/area rurale dove vive l’anziano) ha la sua importanza nell’effettiva assistenza prestata, specie nel quotidiano. Se si confronta infatti  la prossimità dei familiari che aiutano quotidianamente e settimanalmente, si nota che in complesso quando la famiglia è di supporto ogni giorno, è anche prossima nel 70% dei casi, mentre quando l’aiuto familiare è su base settimanale, la vicinanza abitativa scende sotto il 50%. Inoltre, quando solo la famiglia aiuta quotidianamente, c’è almeno un familiare caregiver prossimo nel 23% dei casi, e persino due e oltre nel 35%. Diversamente, in oltre la metà dei casi manca un supporto giornaliero quando nessuno dei familiari che aiutano è prossimo.

La prossimità della famiglia sembra quindi un fattore chiave per averne maggiore aiuto, tanto che gli intervistati si accontentano a volte di una vicinanza o convivenza abitativa almeno temporanea, tramite care arrangements stagionali/emergenziali, con un genitore che passa alcuni mesi invernali presso una figlia, o una figlia che trascorre un periodo a casa della madre per motivi di salute della seconda. Prossimità temporanea che tuttavia non può essere sostenuta nel tempo e non soddisfa pienamente le esigenze dei nostri intervistati.

Famiglia o servizio pubblico?

Aiutare un anziano dovrebbe essere un compito prioritario delle famiglie o il maggiore aiuto dovrebbe provenire dai servizi pubblici?” . In risposta a questa domanda la maggior parte degli intervistati (42%) ritiene che i familiari/figli (meglio se di genere femminile), se ci sono e se possono/sono disponibili/sono capaci, dovrebbero occuparsi dei propri cari anziani, mentre i servizi pubblici potrebbero intervenire in assenza di parenti. In misura minore (32%) si auspica una collaborazione famiglia-servizio pubblico, con il secondo possibilmente anche a supporto della prima. Sono ancora di meno quanti considerano questa “incombenza” ruolo esclusivo del supporto pubblico (22%). Da considerare che spesso gli intervistati, più che esprimere un’opinione teorica (come’era stato richiesto), hanno risposto sulla base della propria esperienza personale per quanto riguarda l’assistenza eventualmente ricevuta, e immaginandosi/proiettandosi in un possibile contesto assistenziale futuro, realistico o auspicato.

Da sottolineare come alcuni intervistati che considerano il caregiving un ruolo familiare per default, riferiscono anche una precedente esperienza personale di assistenza a propri parenti anziani, e per questo ritengono che tutti debbano fare allo stesso modo, perché è quasi una “vergogna” ricorrere alla badante se c’è una famiglia. All’opposto, in altri casi, è proprio una precedente esperienza (pesante) di caregiving a far sentire l’esigenza di un supporto pubblico per la famiglia che assiste. Da sottolineare che la posizione sull’argomento sembra in qualche misura influenzata anche dai rapporti familiari esistenti. Per esempio, se le relazioni fra l’anziano e la famiglia sono “fredde”, l’anziano tende a non indicare la famiglia quale potenziale e migliore assistenza possibile.

In definitiva, il servizio pubblico sembra in complesso non molto “gettonato”, non ci si crede abbastanza, si preferisce la famiglia ove possibile, o al limite una compartecipazione famiglia-servizio pubblico. Quando si è anziani si vorrebbe quindi la propria famiglia vicino, e solo per necessità (ad es. quando la famiglia non è disponibile, o ci sono contrasti familiari) ci si rassegna a supporti diversi, pubblici o privati. E probabilmente anche quanti si mostrano comprensivi verso figli che non hanno la possibilità di assisterli, e si orientano verso un intervento pubblico, sono in realtà combattuti tra il desiderio di soddisfare i propri bisogni di anziano “in famiglia” e il desiderio di non oberare troppo i propri congiunti, richiedendo così aiuto “fuori dalla famiglia”, specie se il livello delle limitazioni fisiche è notevole.

Ageing in place e possibili traiettorie d’intervento

Gli anziani che vivono soli nel nostro Paese hanno difficoltà nello svolgere talune importanti attività della vita quotidiana senza aiuto, specie quelle che richiedono una certa mobilità, con conseguente rischio di cadute. La possibilità di svolgere tali attività non dipende tuttavia solo da fattori socio-economici individuali ma è legata anche a fattori contestuali quali abitazione, edificio e contesto urbano, in aggiunta alle caratteristiche delle soluzioni assistenziali disponibili (Sarlo et al., 2019). A riguardo, la rete di protezione sociale emersa dallo studio IN-AGE è ancora costituita soprattutto da familiari, sebbene non come un tempo, con l’ausilio di colf e badanti, amici e vicini, volontari e semplici conoscenti. Supporta anche il servizio pubblico, tuttavia non “in prima linea”. I servizi domiciliari pubblici in particolare, sebbene coprano il fabbisogno di assistenza qualificata, non riescono tuttavia a soddisfare un’esigenza di aiuto che in diversi casi è anche continuativa (Ranci, 2019). La famiglia così affianca ancora il nostro sistema di welfare e svolge un importante ruolo di “ammortizzatore sociale” verso i membri più vulnerabili, quale espressione di forti legami intergenerazionali ancora esistenti nel nostro Paese (ISTAT, 2019).

Occorre allora individuare strategie nuove da proporre a sostegno, care arrangements che possano migliorare la qualità della vita degli anziani soli a domicilio e rispettivi familiari caregiver, spesso oberati quando presenti. Non solo health-social care quindi, ma piuttosto life care, per ridurre il rischio d’istituzionalizzazione delle persone più fragili o con problemi di scarsa autonomia residua. Uno starting point potrebbe essere quello di far decollare l’innovazione dei servizi domiciliari attraverso una reale integrazione tra pubblico e privato, tra sociale e sanitario, a favore di un’effettiva continuità delle cure, anche col supporto delle nuove tecnologie (eHealth), potenzialmente in grado di migliorare efficienza e qualità dei servizi. In particolare sembra necessario superare l’anacronistica frammentazione del sistema LTC Italiano in riferimento a fonti di finanziamento e governance, con servizi sanitari e sociali che ancora sono due distinti settori solo parzialmente connessi. Sarebbe anche utile integrare formalmente badanti qualificate, formate e garantite nel network dei servizi pubblici locali-domiciliari, fatto che potrebbe aiutare a superare i contratti “verbali” in nero e offrire in complesso un servizio più adeguato alle esigenze degli anziani (Pasquinelli, 2019). Inoltre, l’obiettivo di un’assistenza domiciliare innovativa dovrebbe essere anche quello di considerare come destinatari delle cure non solo gli anziani fragili ma anche i rispettivi familiari caregiver, attraverso servizi di sollievo, centri diurni e opportunità formative (Lamura et al., 2008; Piccinini et al., 2020). Migliori e meno stressanti condizioni di vita per quest’ultimi possono infatti avere effetti positivi indiretti sugli anziani fragili assistiti (Costa et al., 2020).

Tutto questo ovviamente tenendo presenti le differenze territoriali regionali comunque emerse dallo studio IN-AGE ed esistenti nel nostro Paese, a sfavore del Sud in particolare per quanto riguarda la difficoltà nello svolgimento di attività quotidiane di base, e lo scarso supporto ottenuto dai servizi pubblici di assistenza domiciliare, a fronte di una maggiore presenza effettiva della famiglia e delle badanti. Tali divari Nord-Sud nei servizi sociali creano peraltro anche un regime di cittadinanza differenziato” a sfavore del Mezzogiorno (Martinelli, 2019). Differenze territoriali da declinare anche nel dualismo rurale-urbano, che pone per molti aspetti su due piani diversi i comuni delle aree interne e le città urbane del nostro Paese, a fronte di una decisa maggiore problematicità delle condizioni di vita nei primi dovuta anche alla carenza di servizi, specie pubblici, che possano sostenere nel quotidiano, a fronte di una maggiore presenza di anziani con limitazioni fisiche molto elevate. Le aree interne sono infatti zone periferiche e ultra-periferiche caratterizzate da intensi processi di contrazione socio-economica, spopolamento e abbandono. Sono aree distanti dai poli di sviluppo e carenti nell’offerta dei servizi essenziali (salute, istruzione e mobilità), ma al tempo stesso con un’elevata disponibilità di risorse ambientali e culturali da valorizzare.

Da considerare infine che la pandemia da COVID-19 ha messo a dura prova l’attuale sistema assistenziale Italiano rivolto agli anziani, in particolare nelle RSA (Arlotti, Ranci, 2020), e inoltre con sospensione o riduzione di alcuni servizi domiciliari tradizionali durante il confinamento. Al tempo stesso la grave emergenza sanitaria che stiamo vivendo ha richiesto di mettere in campo un “ripensamento” ed una “riorganizzazione” dell’esistente, al fine di una maggiore flessibilità e rimodulazione delle modalità d’intervento, nel cui ambito associazioni informali di cittadini, comunità locale, volontariato e tecnologie informatiche possono fornire un supporto fondamentale nell’erogazione del servizio, anche “a distanza” per quanto possibile. Riorganizzazione da tenere presente, estendere e rendere sostenibile anche oltre l’emergenza pandemica (Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali-ANCI, 2020).

Bibliografia di riferimento

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